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Black&Blue 2010

Come da qualche anno a questa parte ho il piacere di seguire fotograficamente quello che si può definire l’unico festival musicale di una certa rilevanza organizzato a Varese, il Black&Blue, un concentrato di concerti che vedono alternarsi artisti poco conosciuti con maestri del genere blues e derivati. Il tutto grazie all’impegno di Alessandro Zoccarato, che si dedica alla completa organizzazione, compresa la Direzione artistica.

Ho inserito una gallery dove potrete trovare molti scatti realizzati durante l’edizione appena conclusa.

Buona musica e buona visione a tutti.

I miei “graffi”

Nel post precedente ho voluto dare spazio alla copertina della rivista IL FOTOGRAFO dedicata ad una persona , un fotografo che pur non conoscendolo da molto tempo, si è rivelato molto importante. Addentrarsi nel suo modo di raccontare in immagini è un viaggio affascinante, forte, a volte duro ma sempre intenso e mai scontato o banale.

Bruno Taddei, grazie a Fotofficina, l’associazione di cui sono presidente, è entrato così a far parte di un mio nuovo percorso fotografico, iniziato dapprima parlando con lui di questa sua tecnica di entrare fisicamente nelle fotografia graffiandola, incidendola, dissacrandola e spogliandola da quella velatura di intangibilità, per proseguire questo approccio seguendo il suo primo corso dedicato a questa tecnica.

Di seguito alcuni miei lavori frutto di quel corso, dove ho avuto modo di trovare una nuova profondità a queste foto, che fermandomi alla loro superficie non riuscivo a vedere.

Bruno Taddei ….copertina e cover story su IL FOTOGRAFO di marzo

Un omaggio ad un grande fotografo e una grande persona, capace di trasmettere moltissimo attraverso i suoi lavori fotografici. Bruno Taddei, con i suoi GRAFFI DELL’ANIMA ha oltrepassato la sacralità della fotografia scavando la superficie (e non solo metaforicamente) per portare l’osservatore dentro al momento, attraverso lo sguardo ma soprattutto attraverso il tatto, il sentire la fotografia.

Balestrino, il silenzio del tempo

Ci sono luoghi che nascondono il loro fascino dietro quello che molti vedono solo abbandono. Balestrino è uno di questi. Un borgo arroccato su una collina a pochi chilometri dal mare di Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona.

Le case che sembrano aggrapparsi da decenni al terreno parlano di un tempo in cui il paese non era solo un piccolo agglomerato urbano ma una comunità, con le sue abitudini, le consuetudini, i luoghi del ritrovo dove dopo una dura giornata di lavoro ci si fermava a scambiare due parole con l’oste e con il vicino di casa.

Balestrino era una chiesa, una piazza del mercato, un castello, un fabbro, una tabaccheria e paradossalmente lo è ancora tutto questo, e non semplicemente perchè camminando tra i vicoli del borgo ritroviamo queste strutture ma perchè il tempo, nel suo silenzio, ha conservato il ricordo di tutto questo.

Fotografare i non luoghi

Da qualche tempo anche in ambito fotografico troviamo un crescente interesse per l’archeologia industriale (o esplorazione urbana come a volte viene definita) e il formarsi di vari gruppi che vi si dedicano è riprova di come i luoghi di confine sociali e urbani destano un’attenzione particolare.

Fotografare il “diverso”, il “dimenticato” diventa cogliere un frammento di spazio che passa alla storia per negazione, diventa cioè reperto per il semplice motivo che nessuno si ricorda della sua presenza.

I “non luoghi” sono da sempre sotto i nostri occhi eppure completamente invisibili. Percorriamo tutti i giorni strade che fiancheggiano vecchie fabbriche eppure nella maggior parte dei casi quanto ci scorre accanto viene percepito solo come fatiscenza, abbandono, degrado.

Difficilmente ci si ferma a pensare, davanti a quegli scrigni di tempo dimenticato,  cosa hanno significato per quel paese, quel territorio, per quella comunità, per la gente che ci ha lavorato una vita.

Ma non sono solo fabbriche.

Sono ville padronali, casolari, ospedali, alberghi, sono strutture che hanno vissuto non solo come mattoni ma come luoghi in cui la vita era presente in tutte le sue sfumature  e diventano testimonianza importante sia dal punto di vista architettonico sia come tramite di comprensione della realtà sociale di quel tempo.

L’esplorazione di questi ambienti, di questi contesti e la relativa documentazione fotografica degli stessi acquista valore nel momento in cui la contestualizzazione non si limita alla ricerca della suggestione in immagini ma quando diventa completamento di un percorso che ha portato alla conoscenza di quella realtà.

Ma la fotografia porta con se anche una forte componente artistica ed emozionale e un buon fotografo da questo non può esimersi.

Ritrovarsi all’interno di una vecchia fabbrica è come varcare ogni volta una soglia tra il passato e il presente, estraniarsi da un contesto di normalità e abitudine per confrontarsi con il “non tempo” , con l’incapacità di definire se quanto stiamo scattando possa raccontare un presente di abbandono o un passato di laboriosa frenesia.

Camminare nei reparti vuoti avvolti dall’umidità e dai rumori insiti nel silenzio del degrado diventa a volte un confronto con noi stessi, con le nostre sensazioni che sembrano amplificarsi, mentre lo sguardo in primis inizia a rubare sfumature, particolari, penombre.

La luce diventa traccia da seguire, ancora nel buio, diventa sentiero che illumina e attrae, diventa rivincita contro le ombre del tempo.

Il fascino dell’abbandono è un qualcosa di estremamente personale, dettato dalla propria sensibilità; dieci fotografi nella stessa fabbrica abbandonata e avremo dieci racconti diversi, ognuno vero ed ognuno estremamente falso.

Perché la fotografia racconta la verità di ognuno di noi, la nostra scelta arbitraria di rappresentarla, racconta una realtà racchiusa in pochi centimetri quadrati che abbiamo deciso noi durante lo scatto.

Fotografare i non luoghi diventa quindi un raccontare noi stessi attraverso una realtà che agli occhi di molti non esiste, quella realtà che però ci appartiene, ci ha accompagnato attraverso secoli di storia plasmando quella terra e quella gente che in ogni scatto, in ogni singola immagine, torna come per magia a vivere.

FOTOGRAFARE L’ABBANDONO: ARTE O DOCUMENTAZIONE?

La diatriba nata con la fotografia sul fatto se questa forma di “narrazione della realtà” si possa o meno considerare arte ancora oggi non risulta appianata.

Il fotografo spesso viene associato ad un semplice utilizzatore di un apparecchio meccanico (la macchina fotografica appunto) in grado con semplici passaggi di riprodurre la realtà senza grandi sforzi, al contrario di un pittore o di uno scultore che devono trasmettere attraverso la perizia manuale la loro idea creativa, il loro concetto espressivo.

Ma se alla base del gesto artistico troviamo prima di tutto l’idea perché un fotografo non può essere considerato artista?

Logico comunque mantenere dei punti fissi da cui partire per giudicare artistico o meno un qual si voglia lavoro di espressione figurativa.

Esistono regole, linguaggi, dettami di composizione che devono essere rispettati o almeno presi in considerazione come punto di partenza, attraverso i quali o, paradossalmente, attraverso la trasgressione degli stessi,  si arriverà a dare forma all’idea.

Come afferma Heinrich Schwarz “fotografare significa trasformare. La pura riproduzione non ammette variazioni di sorta, mentre la trasformazione lascia aperte innumerevoli possibilità” (da “Arte e fotografia” di H. Schwarz, Torino, Bollati Boringhieri, 1992).

La figura del fotografo per tanto può assumere questa duplice veste di narratore di una realtà inconfutabile atta a documentare oppure di artista in grado di trasformare attraverso il processo concettuale di un’idea una realtà oggettiva nella sua realtà soggettiva.

Nel suo “Fotografia e Arte – evoluzioni del linguaggio fotografico dalla nascita della fotografia alla digital art” (pubblicato nel 2006 da Clueb) Valentina Cusano, fotoreporter e docente di Fotografia Artistica e Storia dell’arte fotografica, ci parla di un “fotografo come artigiano che nella sua bottega produce oggetti materiali nati dalla sua capacità di elaborare idee. La produzione materiale della fotografia è affidata alla tecnica, all’esecuzione, alla capacità di ripresa del fotografo. Ma l’intero processo manuale deve essere sostenuto dall’elaborazione mentale di un progetto che denota la componente intellettuale del fare fotografia.

Ma fotografare i “non luoghi” in cosa lo possiamo inquadrare? Nella semplice documentazione fotografica di una realtà o in un processo creativo che possa arrivare ad essere definito arte?

Penso che questo tipo di fotografia, o meglio, di soggetto, si presti per far sì che la documentazione fotografica possa assumere anche una componente artistica.

Pur sviluppandosi in simbiosi le caratteristiche di queste immagini assumeranno sfumature differenti atte a dar maggior importanza all’aspetto della documentazione in un caso e all’aspetto artistico nell’altro ma difficilmente troveremo una scissione netta.

L’interesse artistico si sviluppa sicuramente grazie al fascino che i non luoghi portano insiti nella loro natura nascosta, in quella capacità di preservare suggestioni che probabilmente solo l’abbandono sa generare grazie al fatto che il lavoro del tempo offre innumerevoli spunti da trasformare in immagini uniche. La luce naturale che filtra dagli shed o dalle finestrature conferisce a questi spazi atmosfere indubbiamente cariche di sensazioni contrastanti che agli occhi del fotografo risultano momenti importanti da cogliere e catturare. Il non luogo si trasforma per cui in tramite di emozioni, in una scoperta che muta in continuazione, passo dopo passo.

Documentare diventa così un raccontare, a volte quasi sottovoce, di un tempo che all’interno di queste culle di memoria sta vincendo la sua partita, quindi ogni singola immagine catturata potrebbe diventare estremamente unica, significativa, narratrice di un non luogo e del suo rumoroso silenzio.